giovedì 6 novembre 2014

Una volta per tutti.


Le mie foto fanno il giro del mondo da 5 anni, sono sulla cresta dell’onda, sulla bocca di tutti. Sono quasi famoso. Non avrei mai immaginato che sarebbe potuto succedere ad uno come me. Se li guardo bene, non ho proprio una bella cera negli scatti che si vedono in giro. Ho avuto dei giorni decisamente migliori di quello in cui il flash della macchina fotografica ha colpito la mia faccia e il mio corpo!
 Ho 31 anni e sono un giovane italiano come tanti altri: una famiglia, un lavoro che non c’è e gli amici che invece ci sono.  Sono cose semplici, ma che mi rendono felice. Ho un tetto sulla testa e poco sale in zucca perché mi drogo. Credo di farlo per stare più tranquillo, anche se so che così non faccio stare tranquille le persone che mi vogliono bene.  
Lo sento forte e chiaro l’affetto dei miei cari. Lo sento ora più che mai. Sento anche la solidarietà  e la rabbia di persone che non ho mai conosciuto, ma che adesso conoscono bene la mia storia e conoscono me.
Se penso ai giorni precedenti alle fotografie che tutti avete visto mi manca l’aria, mi mancano le parole e le forze. Mi sono sentito solo, impaurito, abbandonato, al buio. La mia dignità è stata soffocata sotto i colpi di uomini corrotti e senza coscienza. I miei diritti sono stati calpestati perché non ho ricevuto le cure che avrebbero potuto salvarmi. E’ stato necessario che io morissi perché fosse sotto gli occhi di tutti questa serie infinita di crudeltà.  E’ stato necessario che io non ci fossi più perché al mio posto arrivassero rabbia e sospetti nei confronti di quelle forze armate, ma di prepotenza e arroganza.  
Mi chiamo Stefano e la mia vita è finita il 22 ottobre 2009. Con me, è morta la mia giustizia, per insufficienza di prove. Io non tornerò più dai miei cari, ma spero che grazie a chi mi vuole bene, la giustizia torni presto. 
Una volta per tutti. Per tutti quelli che sono ultimi. Come me.

martedì 4 novembre 2014

Bigotti.


Qualche giorno fa ci siamo rivisti dopo un po' che non ci vedevamo.
Tu hai un anno meno di me e mi hai fatto le classiche domande del caso stile tipo "Come stai? Cosa stai facendo in questo periodo? Che fine hanno fatto quelle persone (stranamente sfuggite alle tue statistiche occupazionali)?".
Io ho risposto alle tue domande, con pacatezza, discrezione e ironia. 
Le persone come te mi fanno sorridere perché hanno quella curiosa tendenza a sminuire gli altri per cercare di emergere. Non hai ancora capito che invidia e negatività non generano nulla, anzi, le cose le sviliscono facendole morire, come accade a chi prova sempre invidia per qualcosa o per qualcuno. Come te.
Di fronte al mio entusiasmo nel raccontarti cosa stessi facendo in un periodo asfittico, negativo e critico come questo, tu mi hai gelata con un secco "ma ti conviene?!". Io ho risposto che se per "convenienza" intendevi il fatto di conoscere persone nuove, ricevere nuovi stimoli, fare ciò che mi piace e per cui mi sento naturalmente portata, mettendomi alla prova e maturando, beh...allora si, mi conveniva e mi conviene.
Dopo la mia risposta, tu hai optato per il silenzio perché stavolta io avevo gelato te. Poco dopo, ironia del caso, ti hanno posto le stesse domande che tu avevi posto a me ed hai risposto che stavi come sempre, nel costante limbo tra università da finire e lavoro da trovare e non hai avuto parole di certo dolci nei confronti delle persone che incontravamo per strada. Hai fatto una serie esternazioni lamentose, retoriche e bigotte che mia nonna - classe 1925 - sarebbe apparsa come una rivoluziona a confronto.
Mi verrebbe da ringraziarti perché mi hai fatto tanto ridere e continui a farlo, anche adesso che scrivo di te.

sabato 11 ottobre 2014

I balconi degli altri


Tu le notizie le ascolti alla radio e non alla tv come tutti gli altri.


Lo so perché il giornale-radio che ascolti al mattino si infila nelle mie finestre e mi ritrovo a sentire con te le notizie delle prime ore della giornata, con la costante consapevolezza che sarà dura mantenere calma e ottimismo dopo ciò che entrato nelle nostre orecchie. Forse hai iniziato a fare yoga anche per questo, per ritrovare la tranquillità che il mondo cerca costantemente di toglierci. Tu sei un tipo silenziosamente solitario e condividi il tuo piccolo appartamento con un gatto arancione che spesso mi sbircia furtivo dalla finestrella del tuo bagno che si affaccia sulla mia camera da letto. Immagino tu sia in pensione e hai delle abitudini piuttosto bizzarre o almeno lo sono per il mio modo di vedere le cose. Tutti i giorni, dal tuo stretto balcone in ferro e pietra, stendi sui fili lenti del bucato due cuscini quadrati di velluto. Li assicuri al filo con delle mollette scure di legno e li stendi asciutti perché fai solamente prendere loro aria. Ogni giorno appendi su quel filo la tua giacca a vento blu-notte insieme agli asciugamani di spessa pugna colorata. Ti sento che stai per iniziare a stendere i panni perché quei fili scorrono su rotelle arrugginite e cigolanti che iniziano a far rumore non appena tocchi il filo. Ecco, quel cigolio mi dice che stai per iniziare il tuo rito giornaliero. Un giorno è successo che io e te ci siamo scambiati un rapido “salve” mentre stendevamo i panni. Tu quelli asciutti e io quelli bagnati. Il tempo di assicurare il secondo cuscino alla molletta e sei rientrato subito in casa, come se io avessi scoperto il tuo segreto. Come se tu, su quel balcone, fossi di troppo. 


Anche per la domenica mattina hai il tuo rito: ti piace ascoltare la musica e ti piace che il tuo vicinato la ascolti insieme a te.  Credo proprio che tu abbia uno stereo nel quale infili e alterni cd dalle più disparate annate e generi musicali. Passi dal pop anni Novanta dei Take That al surrealismo di Battiato, passando per gli Smiths e per la musica da camera.  Mentre ascolti la musica, di domenica, fai le pulizie di casa perché il rombo dell’aspirapolvere riempie le pause tra un brano e l’altro. A mezzogiorno spaccato, cascasse il mondo, spegni il tuo stereo e ti metti a cucinare. Devi essere parecchio maldestro in cucina perché fai cadere mestoli d’acciaio e ciotole di plastica. Ho imparato a distinguere oggetti e materiali dal rumore che fanno quando arrivano a terra.
Un giorno, approfittando di un animato confronto verbale tra due uomini nel vicoletto sul quale i nostri balconi si affacciano, sei uscito sul balcone per mostrare a quello più pacato il tuo supporto perché "è vero,  la cultura muove il mondo, lo fa evolvere!". Io ti ho sentito da casa e ho dato ragione a te che davi ragione a lui.


Sono affezionata a te, mi fai tenerezza e oggi mi hanno detto che un infarto ti ha portato via dopo 61 anni di vita. Ti hanno trovato in casa mentre stavi per accendere una sigaretta. Inizierò a fare yoga anche per questo, per ritrovare la tranquillità che il mondo cerca costantemente di toglierci.  Forse tu adesso l’hai trovata.


mercoledì 8 ottobre 2014

Sfondare porte aperte


Oggi, in un ufficio pubblico, un'impiegata si è sfogata con me per via della "dilagante mancanza di professionalità\serietà\competenza dei suoi colleghi" avvinghiati come cozze allo scoglio ai loro bei contratti indeterminati a dispetto della sua precarietà di una vita.
Ho assistito a consulenze improvvisate e colorite allo sportello senza la minima considerazione del fattore-privacy, ho sentito telefoni squillare continuamente per consulenze sulla preparazione del pranzo a casa, ho seguito con lo sguardo tre impiegati aggirarsi per oltre mezz'ora nell'ufficio alla ricerca spasmodica di una pratica sparita misteriosamente. Sembravano degli automi lobotomizzati ed era davvero ridicolo il fatto che per cercare quella pratica fossero necessarie 3 persone 3.
Avrei voluto abbracciare quell'impiegata, proprio come lei avrebbe voluto abbracciare me, ma l'abbraccio solidale non c'è stato.

Magari lo faremo domani, visto che dovrò tornare nell'ufficio pubblico di cui sopra per fare ciò che avrei dovuto fare oggi, ma che non è stato possibile fare per via di problemi tecnici di accesso al sito ministeriale.

venerdì 12 settembre 2014

Il Dittatore (di Gianni Rodari)


Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo
"dopo di me – gridava -
verrà la fine del mondo!"
Le parole protestarono:
"Ma che grilli hai pel capo?
Si crede un Punto – e – basta,
e non è che un Punto – e – a – capo".
Tutto solo a mezza pagina
lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso.

martedì 5 agosto 2014

Fossile


La mia passione, da piccola, erano i fossili. Chiunque mi chiedesse cosa avessi voluto fare da grande riceveva da me sempre la stessa risposta: “voglio fare l'archeologa!”. Portavo spesso con me un pennello per il phard preso dal beauty di mia madre e amavo passarlo sugli oggetti per scoprire chissà quali tesori nascosti sotto la superficie delle cose. Ero molto legata ad un libro sui dinosauri che mi aveva regalato un'amica di famiglia; sfogliavo con estrema curiosità le pagine plastificate di quel volume e mi piaceva passare le dita sulle immagini, come a voler accarezzare quegli animali strani, misteriosi e appartenenti ad epoche così lontane dal tempo che stavo vivendo. La stessa amica di famiglia, cavalcando l'onda della mia passione, mi aveva regalato la sua raccolta di diapositive su minerali e pietre preziose. Quel suo regalo mi rese una bambina felicissima e adoravo tirare giù la tenda della mia camera per proiettarci sopra quelle immagini così colorate e particolari. Mi avvicinavo alla tenda per ammirare da vicino le sfumature di quelle pietre, allungando la mano per toccarle, sperando di riuscire a sentire sotto le dita le irregolarità delle loro superfici. Mi divertivo a creare storie con i dinosauri e mi divertiva ancora di più raccontarle, aggiungendo sempre qualche dettaglio per rendere più avvincente la storia. Sono sempre stata una bambina curiosa, affascinata dalle cose del passato e amante della verità. Lo sono ancora, anche se non faccio l'archeologa. Ieri la figlia di una mia amica mi ha fatto fare un giro nel parco sul suo trenino invisibile dei dinosauri e nel suo sguardo attento e curioso ho rivisto il mio.

domenica 15 giugno 2014

Mantengo l'eleganza anche nella confusione della pioggia

[Questo post è frutto di un esercizio con il Gruppo di Scrittura che sto frequentando. Ho pescato tre parole (eleganza-confusione-pioggia) e ho scritto una storia che abbracciasse i 3 termini]



Fabrizio De André l'ha scritto in una canzone che ci sono quelli che aspettano la pioggia per non piangere da soli. Oggi piove e io sono uno di loro. Non appena ho visto le nuvole riunirsi scure nel cielo, sono schizzato fuori dal mio ufficio e ho tirato un sospiro di sollievo perché sapevo che da lì a poco mi sarei lasciato andare ad un pianto liberatorio. Proprio per questo l'autunno è la mia stagione preferita, ma anche quel pazzo di marzo mi regala non poche soddisfazioni. Sono sotto la poggia e piango come un bambino, mi sbarazzo della tristezza per lasciare spazio alle nuove inquietudini che scalpitano per venire a farmi compagnia. L'acqua mi bagna i vestiti e i pensieri, ho gli occhiali appannati e i miei piedi nuotano nelle scarpe. E' piuttosto frustrante fingere gioia quando ci si sente morire dentro. Per gli altri io ho tutto, ma per me quel tutto non è nulla.
Mi chiamo Giulio, 40 anni portati piuttosto male e sono un manager. Nella mia vita ho fatto davvero tutto, forse anche anche troppo. Ho studiato, vissuto e lavorato all'estero. Me la sono sempre spassata con i soldi di papà. Non mi sono mai privato di nulla. Una volta rientrato in Italia, ho potuto campare di rendita senza fatica né preoccupazioni e mio padre ha avuto l'accortezza di andare un po' prima in pensione per lasciare il suo posto al vertice dell'azienda a me, suo unico erede. Sono circondato e avvolto dalla stima e dell'affetto dei miei amici che mi guardano con ammirazione costante perché “Giulio ne sa, Giulio è una persona brillante, Giulio sa sempre cosa fare e come farlo”. A volte mi lascio quasi trasportare dalla tentazione di credere che loro abbiano ragione, poi rinsavisco e guardo in faccia la mia realtà: io nella vita non ho mai fatto delle scelte, ma sono state le decisioni degli altri ad essere ricadute su di me. Io mi trovavo semplicemente a passare di lì per caso. Sono sempre stato sfacciatamente fortunato.
La donna che ha deciso di diventare mia moglie, dopo il primo anno di matrimonio, ha voluto un figlio da me e io gliel'ho dato perché non avrei mai voluto urtare la sua sensibile suscettibilità. In realtà non sono innamorato di lei, ma come potrei, visto che non provo amore neanche per me stesso? Cerco di non farmi mancare una donna in ogni porto dove attracco con la mia nave, neanche fossi un marinaio! Lì fuori è pieno di donne che farebbero carte false pur di passare anche solo un paio d'ore in mia compagnia e io non faccio altro che assecondarle, le riempio di complimenti e di regali, così il mio ego cresce un po', ma mai quanto il loro. Sono irretito dal fascino femminile, faccio presto a cascare ai piedi di una bella donna, ma altrettanto presto passo alla successiva, senza farmi troppi scrupoli. Sono uno che si annoia presto.
Ora che ho preso tanta pioggia e ora che ho pianto tanto, con gli occhi ancora gonfi, rossi e lucidi, decido di camminare verso quel caffè con il tendone rosso. Non ci sono mai stato e mi siedo fuori, sulla prima sedia arrugginita che incontro. Poggio i gomiti sul tavolino traballante e incastro il mento tra le mani. Giusto il tempo di sentire la tovaglietta bagnarsi sotto le mie braccia che la cameriera si avvicina e mi chiede se sto aspettando qualcuno. Io la guardo, sorrido e le dico che piuttosto sto aspettando qualcosa, ma che nel frattempo può portarmi un Alabama Slammer, il mio cocktail preferito, che la ragazza non ha evidentemente mai sentito nominare. Lei appunta il nome del drink sul blocchetto e torna nel bar, sperando che qualcuno lì dentro ne sappia più di lei su questo benedetto Alabama Slammer.
Sono passate ventiquattro ore da quando ho mangiato quelle bacche. Lucide, nere, carnose, dolci e ricche di sapore. Me ne ha parlato un mio amico che si intende di botanica e le ha chiamate “ciliegie di Satana”. Con i tempi ci siamo, inizio a sentire la bocca secca e ho difficoltà a deglutire, sento la pelle prudere e avverto dei dolorosi e irregolari spasmi muscolari. Il mio amico mi aveva detto che l'avvelenamento da bacche di Belladonna provoca allucinazioni, sonnolenza, tachicardia. Ho le pupille dilatate e la mia vista è annebbiata. Vedo ondeggiare lentamente verso di me il mio Alabama Slammer, dietro c'è la cameriera. Lei posa il drink sul tavolino e si lascia sfuggire un “spero sia di suo gradimento”. Io non ho forza e voglia di risponderle e la mando via con un cenno della mano. Porto alla bocca il bicchiere ghiacciato, avvolgo la cannuccia con le labbra, sento e vedo che la mia mano trema vistosamente. Faccio un sorso e ho la riprova del fatto che sono davvero in pochi a saper fare questo drink. Chiaramente non è questo il caso. Giusto il tempo di fare quest'amara riflessione, che sento il cuore fermarsi. Finalmente ho fatto una scelta nella mia vita. Scelgo di morire.

mercoledì 28 maggio 2014

Fare strani versi


Se ridimensionassi le mie aspettative,
riducessi le mie prerogative,
diminuissi le mie invettive,
vivrei più serenamente.

Se mettessi da parte il mio orgoglio,
se facessi delle cose belle il mio scoglio,
se andassi sempre oltre ogni sospetto di broglio,
vivrei più serenamente.

Se fossi meno istintiva,
magari più riflessiva,
sempre sulle rapide e mai sulla riva,
vivrei più serenamente.

Se fossi tutto questo,
al di là di questo testo,
oltre ogni mia intenzione fatta manifesto,
vivrei lo stesso?
No.

martedì 22 aprile 2014

La mia pigrizia mi rende loquace, ma solo nel sonno


[Questo post è frutto di un esercizio con il Gruppo di Scrittura che sto frequentando. Ho pescato tre parole (sonno-pigrizia-loquace) e ho scritto una storia che abbracciasse i 3 termini]


Mi piace dormire. Mi piace perché sogno quelle cose che mi fanno tornare indietro nel tempo, quando tutto era più facile e felice. L'orologio è la mia bussola. Ne tengo una in ogni stanza, così non mi perdo mai l'orario e posso organizzarmi per bene, sia per i pasti che per le dormite. Cerco di dormire più che posso: di notte, dopo aver pranzato e spesso riesco anche ad assopirmi semplicemente da seduta, posando il viso sulla mano. Sono diventata brava perché mi basta chiudere gli occhi per dormire profondamente e da un paio d'anni le mie migliori alleate nel sonno sono delle piccole pasticche color salmone che mi ha prescritto la dottoressa. Prendo quelle pillole perché sono tornate a farmi visita due amiche di vecchia data: ansia e depressione. “Alla televisione” vedo che anche quelli ricchi e famosi sono depressi e ansiosi. E allora mi sento un po' famosa anch'io, anche se ricca non sarò mai!
Quando dormo rivedo mia madre, mio padre, i miei fratelli e anche quella cugina un po' strana che non aveva mai voglia di lavorare, ma si presentava sempre “a piatti messi”. Vedo tutti quelli che ora non ci sono più, ma i cui nomi restano scritti per un po' sui manifesti sul muretto di fronte il mio balcone, prima di essere lavati via da pioggia, vento e tempo. Nei miei sogni vado spesso a prendere l'acqua alla fonte e porto con me la verdura da lavare perché così posso portarla a casa già lavata e pronta per essere immersa nell'acqua bollente. Faccio sempre lunghe chiacchierate con le giovani ragazze che incontro alla fonte. Torno verso casa con un fazzoletto arrotolato a ciambella sulla testa e una conca piena d'acqua poggiata sopra. Faccio l'equilibrista, ma con le mani libere posso portare la verdura di campo lavata con cura. Lungo la strada ci sono tanti ciottoli irregolari che calpesto con le scarpe e mi accorgo di dover fare l'ennesimo rammendo sulla tomaia, anche se a forza di fare rattoppi alle mie e alle scarpe dei miei cinque fratelli sto diventando sempre più brava e veloce. Me lo dice sempre la mamma!
Ricordo che la notte del trentuno dicembre di qualche anno fa, non riuscivo a prendere sonno perché sentivo fin dentro alle orecchie delle esplosioni che facevano vibrare i vetri delle mie finestre, illuminando di verdi bagliori il cielo. Io ero terrorizzata e non ero riuscita a far altro che tirarmi sulla testa il lenzuolo bianco di flanella, tremando come una foglia al vento. La mia memoria era volata ai tempi della Guerra, quando quelle esplosioni abbaglianti erano bombe lanciate dagli aerei. Quel rumore era assordante e così forte come forte era la paura di essere colpiti. Mio fratello se ne andò proprio così. Finiti gli spari, ero riuscita a prendere sonno e nel sogno avevo incontrato mio fratello che mi presentava il suo nuovo amico: il giovane tedesco al quale, insieme alla mia famiglia, ero stata costretta a dare ospitalità per dieci lunghi giorni. Ero io quella che cucinava per lui ed ero sempre io che dovevo assaggiare la minestra prima che lui la mangiasse. Quando mia nipote, parlandomi della seconda guerra mondiale che stava studiando a scuola, mi aveva detto che quella di assaggiare le pietanze prima di darle ai tedeschi era la prassi per scongiurare avvelenamenti, avevo tirato un sospiro di sollievo perché realizzavo che non era accaduto solo a me, ma quando mia nipote mi parlò di “tessera del pane” e di “oro alla patria” realizzai che se a credere ad una bugia sono in tanti, la bugia non smette di esserlo. Ero amareggiata e senza la mia fede di matrimonio, che non avrei più rivisto, proprio come mio marito. 

lunedì 14 aprile 2014

Da piccola volevo un cavallo


Quand'ero piccola chiedevo spesso a mia madre di poter ricevere un cavallo in regalo e quando lei mi chiedeva "Giorgia, dove lo mettiamo?!" io le rispondevo con estrema naturalezza dicendo che l'avremmo potuto sistemare "o nel fondaco o dietro la tenda della mia cameretta!" e che mi sarei impegnata personalmente a portagli da mangiare. 
Con il senno di poi, posso dire che mi è sempre piaciuto immaginare di far convivere cose diverse tra loro, senza forzature, ma in un'ottica di reciproco rispetto e convivenza. Ma con altrettanto senno di poi dico che l'immaginazione di fronte a certa realtà non può nulla, non può imbrigliarla o condizionarla. 
Deve lasciarla andare libera, come un cavallo che corre nel verde. 

mercoledì 26 marzo 2014

In principio era l'audiocassetta


In principio era l'audiocassetta che tenevo sempre infilata nello stereo in camera per registrare le canzoni della radio. Venivano fuori delle compilation originali e personali che era un piacere stare a sentire. Poi, quando mi stancavo di ascoltare e canticchiare sempre la stessa sequenza musicale, bastava un quadratino di cartoncino da fissare con dello scotch sulla cassetta, per renderla nuovamente registrabile. 
Mi piaceva fare lo stesso con le videocassette, registrando spezzoni di programmi tv, video musicali e tutto ciò che mi dilettavo a replicare in casa, con un microfono, un abbigliamento discutibile e quel pizzico di protagonismo e presunzione che mi ha sempre animata e divertita. Con i floppy-disc non ho avuto un grande rapporto, più che altro ne rompevo uno al giorno perché mi piaceva smontarli per vedere cosa c'era dentro. Giusto il tempo di capirlo, che sono arrivati i cd audio, da maneggiare con estrema cura e da lucidare con la pezzolina degli occhiali per non rovinarne il suono. Ne tenevo sempre uno infilato nel lettore e mi piaceva spostarmi in casa e per le strade camminando a ritmo di musica con le cuffiette nelle orecchie. Mi sentivo grande. Una grande marciatrice musicale. Piccole grandi soddisfazioni della vita!
Con i dvd prima e con i dvx poi, mi sono avvicinata al cinema e non me ne sono mai più allontanata. Nelle varie pennette USB che mi sono passate tra le mani ho conservato e trasferito foto, documenti, canzoni e programmi da installare. 

Ora ascolto musica su youtube, guardo film in streaming, faccio l'upload di foto e contenuti sui social network e i miei file importanti sono conservati nella grande nube digitale chiamata cloud che fa molto figo. Tutto è più semplice da trovare, da salvare e da condividere. Tutto, o quasi, trova una sua spiegazione nel web e i rapporti interpersonali sono appiattiti e schiacciati sotto il peso di internet. In un locale è più semplice alzare lo smartphone per captare le note di quella canzone che si sente piuttosto che dare il via al toto autore-titolo insieme a quelli che sono al tavolo con te. Questo non è figo, è da cerebrolesi.

Pensiamo di poterci e arrogare il diritto di sputare sentenze su qualcuno, semplicemente dando una lettura, il più delle volte sommaria e superficiale, a ciò che scrive su facebook o su twitter. Non vediamo fisicamente una persona da tempo immemore, ma il fatto di vedere i suoi aggiornamenti di stato nella tua home te la fa sentire più vicina, quando poi vicina non è. Un “mi piace” è come lo squillo di una volta. Ti sto pensando, ma sto pensando a quello che sto facendo?!

Queste le modalità di archiviazione che si sono susseguite nel mio tempo e so che ne arriveranno sicuramente di altre. Posso dire che la mia memoria  è la più sicura sede per la conservazione delle immagini emotive e delle sensazioni tattili. Ho solo io le credenziali per accedervi e mi piace rifugiarmi nei miei ricordi, probabilmente perché sono una nostalgica del cavolo che vive di passato e non potrebbe vivere il suo presente senza ricordare ciò che è stato. Se chiudo gli occhi  vedo i ricordi, li tocco e ne sento il profumo. Se chiudo gli occhi vi vedo e sorrido. Se chiudo gli occhi vedo anche altro e sorrido un po' meno. 

martedì 11 marzo 2014

Discromia sentimentale

Vorremmo chi non ci vuole.
Quelli che invece ci vorrebbero non ci fanno effetto né diamo loro affetto. 

lunedì 24 febbraio 2014

Vale a Carnevale ?



Quest'anno, per Carnevale, ho deciso che mi travestirò da cervello. Il tuo.

Proverò finalmente l'ebbrezza del vuoto.

domenica 9 febbraio 2014

Se porto gli occhiali è perché mi faccio le seghe (mentali)


Penso che condividere le gioie è importante tanto quanto condividere i dolori. Penso che il dialogo, con se stessi che con gli altri, è sempre un bene. Penso che ho paura di molte cose, ma la paura più grande è la perdita della sensibilità.  Penso che è facile fare i conti con la coscienza. Sempre se ne hai una. Penso che le emozioni vadano metabolizzate, così come i ricordi. Penso che sono le malattie senza sintomi quelle più difficili da curare. Penso che se sei buona con tutti, alla fine non lo sei con nessuno.  Tanto meno con te stessa. Penso che uscirò a fare due passi. 

giovedì 23 gennaio 2014