martedì 22 aprile 2014

La mia pigrizia mi rende loquace, ma solo nel sonno


[Questo post è frutto di un esercizio con il Gruppo di Scrittura che sto frequentando. Ho pescato tre parole (sonno-pigrizia-loquace) e ho scritto una storia che abbracciasse i 3 termini]


Mi piace dormire. Mi piace perché sogno quelle cose che mi fanno tornare indietro nel tempo, quando tutto era più facile e felice. L'orologio è la mia bussola. Ne tengo una in ogni stanza, così non mi perdo mai l'orario e posso organizzarmi per bene, sia per i pasti che per le dormite. Cerco di dormire più che posso: di notte, dopo aver pranzato e spesso riesco anche ad assopirmi semplicemente da seduta, posando il viso sulla mano. Sono diventata brava perché mi basta chiudere gli occhi per dormire profondamente e da un paio d'anni le mie migliori alleate nel sonno sono delle piccole pasticche color salmone che mi ha prescritto la dottoressa. Prendo quelle pillole perché sono tornate a farmi visita due amiche di vecchia data: ansia e depressione. “Alla televisione” vedo che anche quelli ricchi e famosi sono depressi e ansiosi. E allora mi sento un po' famosa anch'io, anche se ricca non sarò mai!
Quando dormo rivedo mia madre, mio padre, i miei fratelli e anche quella cugina un po' strana che non aveva mai voglia di lavorare, ma si presentava sempre “a piatti messi”. Vedo tutti quelli che ora non ci sono più, ma i cui nomi restano scritti per un po' sui manifesti sul muretto di fronte il mio balcone, prima di essere lavati via da pioggia, vento e tempo. Nei miei sogni vado spesso a prendere l'acqua alla fonte e porto con me la verdura da lavare perché così posso portarla a casa già lavata e pronta per essere immersa nell'acqua bollente. Faccio sempre lunghe chiacchierate con le giovani ragazze che incontro alla fonte. Torno verso casa con un fazzoletto arrotolato a ciambella sulla testa e una conca piena d'acqua poggiata sopra. Faccio l'equilibrista, ma con le mani libere posso portare la verdura di campo lavata con cura. Lungo la strada ci sono tanti ciottoli irregolari che calpesto con le scarpe e mi accorgo di dover fare l'ennesimo rammendo sulla tomaia, anche se a forza di fare rattoppi alle mie e alle scarpe dei miei cinque fratelli sto diventando sempre più brava e veloce. Me lo dice sempre la mamma!
Ricordo che la notte del trentuno dicembre di qualche anno fa, non riuscivo a prendere sonno perché sentivo fin dentro alle orecchie delle esplosioni che facevano vibrare i vetri delle mie finestre, illuminando di verdi bagliori il cielo. Io ero terrorizzata e non ero riuscita a far altro che tirarmi sulla testa il lenzuolo bianco di flanella, tremando come una foglia al vento. La mia memoria era volata ai tempi della Guerra, quando quelle esplosioni abbaglianti erano bombe lanciate dagli aerei. Quel rumore era assordante e così forte come forte era la paura di essere colpiti. Mio fratello se ne andò proprio così. Finiti gli spari, ero riuscita a prendere sonno e nel sogno avevo incontrato mio fratello che mi presentava il suo nuovo amico: il giovane tedesco al quale, insieme alla mia famiglia, ero stata costretta a dare ospitalità per dieci lunghi giorni. Ero io quella che cucinava per lui ed ero sempre io che dovevo assaggiare la minestra prima che lui la mangiasse. Quando mia nipote, parlandomi della seconda guerra mondiale che stava studiando a scuola, mi aveva detto che quella di assaggiare le pietanze prima di darle ai tedeschi era la prassi per scongiurare avvelenamenti, avevo tirato un sospiro di sollievo perché realizzavo che non era accaduto solo a me, ma quando mia nipote mi parlò di “tessera del pane” e di “oro alla patria” realizzai che se a credere ad una bugia sono in tanti, la bugia non smette di esserlo. Ero amareggiata e senza la mia fede di matrimonio, che non avrei più rivisto, proprio come mio marito. 

Nessun commento:

Posta un commento