giovedì 11 giugno 2015

Conservare.


Gerarchia, meritocrazia e gavetta sono concetti che ho imparato fin da piccola grazie ai pomodori.  
Agosto era il  mese delle conserve da aggiungere a quelle dell’anno prima che sarebbero in ogni caso bastate per altri dieci anni. 
Sveglia all’alba e donne all’opera. Ricordo che la notte prima si andava tutte a dormire con una sana ansia da prestazione.  La prima ad alzarsi era sempre e comunque nonna, nonostante i tentativi di dissuasione da parte di figlie e vicine di casa perché “non ci corre dietro nessuno!”. Nonna  Rosa predisponeva l’ambiente di lavoro nel migliore dei modi con tutto il necessario perché i pomodori rossi e lunghi passassero attraverso le varie fasi di lavorazione: prima l’accurato lavaggio, poi l’asciugatura, seguita dall’eliminazione della buccia, poi dallo spaccamento a metà dei pomodori e l’inserimento degli stessi in barattoli trasparenti nei quali venivano infilate delle profumate foglie di basilico che lei aveva accuratamente lavato e asciugato la sera prima. 
Ho fatto il mio ingresso in questa articolata catena produttiva in seconda elementare, con una grande busta di plastica bianca con il fondo tagliato e con i manici che si posavano sulle mie spalle. Mi sentivo grande con quel grembiule, nonostante fosse letteralmente improvvisato. Il mio compito – o meglio il compito che nonna aveva pensato per me – era portare i pomodori nelle bacinelle colorate perché le altre potessero sbucciarli. Poi prendevo i pomodori senza buccia e li spostavo in altre bacinelle dove altre mani li avrebbero spaccati a metà ed infilati nei barattoli di vetro, aiutandosi con una bacchetta di legno per evitare che si formassero delle bolle d’aria tra uno strato e l’altro. Ho trascorso almeno  quattro agosti facendo questo e mi piaceva così tanto. Poi l’avanzamento di grado: un grembiule rosso con disegnati un gilet e un papillon e un coltello in dotazione tutto per me. Finalmente anch’io potevo sbucciare i pomodori! Ricordo che parlando al telefono con una mia amica le avevo detto di questa mia promozione sul campo e ricordo anche il suo disappunto visto che lei non aveva ancora avuto la possibilità di partecipare alla preparazione delle conserve perché considerata troppo piccola, quando in realtà non eravamo altro che coetanee. 
Dopo quella prima promozione ne seguirono altre a stretto giro, agosto dopo agosto, estate dopo estate. Tutti i miei scatti di carriera furono il frutto di un’ attenta osservazione da parte di nonna Rosa. Eccomi a tagliare a metà i pomodori, facendo attenzione nel controllare che tutti fossero integri e scartando quelli malandati; l’anno successivo ero l’addetta alla chiusura delle bottiglie di passata con tappi a corona.  Sentivo distintamente la responsabilità sulle mie spalle e nelle mie mani. L’anno dopo eccomi ad infilare pomodori nei barattoli per poi a passarli a mio zio, unico uomo ammesso nella squadra, che era l’addetto alla chiusura ermetica dei barattoli che poi venivano tuffati in un grande calderone pieno d’acqua con fiamma viva sotto per far sì che le conserve potessero  intraprendere il viaggio verso la sterilizzazione. 
Ricordo il profumo intenso del basilico, quello del pomodoro un po’ lessato un po’ crudo, le mie mani arricciate come quando si sta troppo tempo in mare e quei semini viscidi che finivano ovunque e che continuavano a rispuntare secchi anche dopo giorni dalla preparazione delle conserve. Ricordo la serietà e la precisione di noi tutte nell’eseguire il lavoro. Ricordo tanto di quel periodo. Un po’ perché sono pur sempre una nostalgica del cavolo e un po’ perché conservare il ricordo è il miglior modo per andare avanti, anche quando le conserve non si fanno più.  

Nessun commento:

Posta un commento