martedì 6 gennaio 2015

Il paese è piccolo.



Il tuo paese è piccolo. Così piccolo che non ha l’ospedale, né il cinema né la stazione.  Se hai bisogno di  partire –per l’altro mondo, con la fantasia o per cose di lavoro – è necessario che tu raggiunga il paese più grande vicino al tuo, quello che ha un ospedale, due cinema e tre stazioni tre. Ormai te ne sei fatto una ragione e ti sta bene così.

Sei l’ultimo di cinque figli e sei l’unico che è rimasto esattamente dov’ è nato. I tuoi fratelli sono andati via dal paese piccolo piccolo e ci tornano solo in occasione di feste comandate e funerali, occasioni  dalle quali non si scappa, quelle per le quali si chiude un occhio e si apre il portafogli. Tra i tuoi fratelli e sorelle c’è chi ha sposato la figlia di un ricco possidente terriero, chi è convolata a nozze con un dirigente aziendale, chi con una professoressa, chi con un architetto e poi ci sei tu che non ti sei sposato. E’ stata una tua scelta e ti ritrovi a ribadirlo con fermezza quando tua madre ti dice «Il mio desiderio più grande è poter morire serenamente sapendoti sposato con una brava donna» e tu, tenendo la sua mano arricciata tra le tue e accarezzandola dolcemente, le dai la risposta che è sempre la stessa: «Mammà, io sto bene così! Ho scelto di non dover rendere conto a nessuno!». Tua madre risponde con un sospiro, che ogni volta è più lungo della volta precedente, sposta lo sguardo fuori dalla finestra e cambia bruscamente argomento e ti chiede: «Cosa vuoi mangiare per pranzo?». 

La verità è che tua madre non è mai riuscita a superare e ad accettare la lunga serie di storie amorose che tu hai interrotto improvvisamente. C’era Anna che le piaceva così tanto, Giulia che era così a modo, Benedetta sempre attenta alla tavola, Claudia la riservata e Adele la romantica. Ognuna di loro, per almeno due anni, era stata definita, da te e dagli altri, “quella giusta” e su ognuna di loro i tuoi avrebbero scommesso l’altare. In effetti all’altare ci sono andate tutte, ma senza di te. Sei stato tu che, non appena le cose si facevano serie, si parlava di andare a vivere sotto uno stesso tetto, prendevi le distanze, trattandole con distacco e dedicando le tue attenzioni a qualcun altro. Le hai tradite tutte, ogni volta ti sei fatto scoprire facendoti mollare, come nel più classico dei cliché sull’uomo sprovvisto di spina dorsale. Tutte le donne che hai tradito non hanno fatto scenate dopo averti scoperto, ma hanno semplicemente messo la parola fine al capitolo che stavano scrivendo insieme a te, con una compostezza ammirabile, senza rancore né apparente desiderio di vendetta. Tutte le donne che hai avuto hanno curato in disparte le ferite che hai inferto loro. 

La reazione pacata di queste donne rientra nelle tante fortune che hai avuto nella vita e tua madre e i tuoi fratelli non perdono occasione per ricordatelo. «Questo è quello che nessuna ti ha mai dato!» è l’esclamazione che accompagna la mano di tuo fratello verso la tua guancia ogni volta che vuole salutarti  a modo suo dopo non averti visto da un po’. Anche con il lavoro sei stato fortunato perché hai avuto giusto il tempo di diplomarti che hai trovato lavoro in paese: un lavoro che ti piace e che ti ha messo in contatto con tante persone, almeno con ogni singolo abitante del paese piccolo piccolo.

Per la cena di stasera, come in tutte le altre occasioni in cui tu e i tuoi fratelli vi ritrovate nella casa della tua anziana madre, sarai tu a fare gli onori di casa, a preparare il menu insieme alla tavola e a disporre i tovaglioli di stoffa sui piatti, dopo averli piegati con cura come graziosi origami. Sei sempre tu che ti occupi della selezione di vini da portare in tavola. Le bottiglie che hai scelto per stasera non faranno in tempo a cambiare temperatura dalla tua dispensa alla tavola perché abiti esattamente al piano sopra quello di tua madre. Ti basta salire due rampe di scale per essere a casa. Ti basta farle in discesa per sentirti ancora figlio, anche a cinquantacinque anni. 

Ti sei guardato allo specchio e non hai potuto fare a meno di notare che la tua pancia sta crescendo mentre i capelli sono sempre meno. Affondando i tuoi occhi neri nei tuoi, ti sei detto che sì, oggi sarà il giorno giusto. Hai fatto un respiro profondo, ti sei morso il labbro inferiore con gli incisivi, hai sistemato il papillon e sei sceso al piano inferiore, a casa di tua madre. I tuoi fratelli e le tue sorelle sono in cucina, insieme a tua madre, a scambiarsi gli ultimi aggiornamenti su morti e nascite in paese. Tu hai due bottiglie di vino in mano e saluti tutti con due baci sulle guance. Tuo fratello ti saluta con il classico schiaffetto sulla guancia accompagnandolo all’esclamazione di rito. Tu abbassi lo sguardo, sorridi e chiedi a tutti di seguirti in sala da pranzo perché hai una cosa da dire. I tuoi parenti ti seguono incuriositi e, parlottando a bassa voce tra loro, si siedono attorno alla tavola apparecchiata da te con una cura da manuale. Tu sei a capotavola, in piedi, con le mani che afferrano lo schienale legnoso della sedia. Mandi giù un po’ di saliva, guardi tua madre negli occhi e inizi a parlare: «Come sapete ho cinquantacinque anni, ho una bella famiglia, amici sinceri, buona salute e un lavoro che mi piace. Sono fortunato, lo so che lo state pensando! Lo pensavo anch’io fino a quando ho capito che fingere non è da persone fortunate, ma è da sfigati, da infelici, da frustrati. Fino ad oggi con voi ho recitato una parte. Un giorno un mio caro amico mi ha detto che non è possibile essere accettati dagli altri se prima non siamo noi ad accettare noi stessi per ciò che siamo. Nella mia vita sono stato amato sinceramente, ma io non sono stato altrettanto sincero nei confronti delle donne che hanno provato amore per me. Le ho sempre tradite. Con degli uomini. Ecco il punto. Buon appetito a tutti».

Il paese è piccolo, resterà così, ma tu ti sei finalmente accorto che ci stai stretto.

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